Arte, cultura, storia nel più esteso centro storico dell’Europa, quello di Genova, ma non solo… a dare il benvenuto ai visitatori si associano anche l’umanità e gli odori dei suoi carrugi…
“Che bello perdere tempo”, è con questa frase di un gigionesco Marcello Mastroianni seduto al tavolino di un Caffè che voglio iniziare a parlare di quello che è considerato il “massimo esempio, in Europa e nel Mediterraneo, di città Medioevale conservata pressochè integralmente”, il Centro Storico di Genova.
Lascio alle guide turistiche e a internet il compito di descrivervi le innumerevoli possibilità di visita a chiese, monumenti, musei e gallerie.
Io vorrei riuscire a trasmettervi l’aria un po’ snob e tipicamente British che si coglie tra le pieghe del carattere del Genovese.
E non è un fatto di ceto o disponibilità finanziaria, ma piuttosto un filtro di difesa che attraverso i secoli gli abitanti della Superba hanno posto tra loro e chi, provenendo da fuori, è definito con il termine un pò scostante ma sicuramente esemplificativo di “foresto”.
La società multietnica e la globalizzazione diluiscono e cammuffano queste caratteristiche, ma state pur certi che quando venite a contatto con un puro “zeneise” la ruvidezza (da non confondere con la durezza), il dialogo fatto di poche e asciutte parole, il dire e non dire quasi che lo sbilanciarsi in un giudizio o affermazione possano essere usate a proprio danno, unitamente alla parsimonia e al senso della misura che secoli di commercio hanno imposto come regola, vi risulteranno evidenti come gli angoli di rara bellezza che regalerà questa città a chi vi si accosta con la giusta predisposizione. Perdere tempo bighellonando tra i vicoli (caruggi) a testa in sù, sbocconcellando un pezzo di focaccia calda, per poi sedersi nel dehor di un bar delle tante piazzette che si spalancano come macchie di luce tra un dedalo di viuzze, con gli odori acri che si alternano ai profumi dei forni e delle vecchie botteghe.
A guardare, spostando la sedia per seguire l’arco del sole, il via vai di umanità varia che come in nessun altro luogo viene livellata dalla promiscuità forzata dagli spazi angusti, stretti tra le alte mura dei palazzi addossati gli uni agli altri.
Architettura medioevale mirata alla difesa dalle scorribande dei “foresti” di turno che si sono succedute nei secoli. La luce del sole, forse il bene più prezioso per gli abitanti dei vicoli, riservata solo ai fortunati abitanti degli ultimi piani e ai gabbiani, che alternandosi ai piccioni, con il loro volteggiare sopra ai tetti di ardesia indicano la direzione del vento.
E in prossimità dei cappannelli di pensionati che si incontrano quà e là nella zona dell’angiporto, sentirete la cantilena del dialetto che ricorda le sonorità del Portoghese e che immancabilmente riporta a “mugugni” sulle situazioni di vita quotidiana.
Pantarei, tutto scorre, come è nella logica della ruota della vita; alle pescivendole che nel secolo scorso spingevano i carretti a due ruote ricolmi di pescato facendo rimbombare tra le mura dei vicoli il grido di “Anciue, anciue belle, vegnì donne!” (Acciughe/ acciughe belle/ venite donne! ) si sono sostituiti i venditori di false griffe extracomunitari.
Alle Antiche Sciamadde (friggitorie) che facevano uscire dalle bocche dei forni a legna piastrellati di bianco con greche azzurre, tegami di verdure ripiene e rotonde teglie di rame con la farinata caldissima, e dai pentoloni di olio bollente pesci fritti, cuculli e panissette, sono succeduti i Kebab mediorientali, e le botteghe di tessuti e lini ricamati a mano ora parlano Cinese.
Appunto, tutto scorre nei vicoli della parte Medioevale di Genova, come nell’ideale delta di un fiume cosmopolita tutto scorre, ma il letto del fiume resta sempre lo stesso, a ribadire la tenacia di questa gente. Che bello perdere tempo!













